L’Irpinia e la sua lingua nei racconti di un’antica terra

I dialetti irpini in un viaggio temporale dal'800 ai tempi moderni. Tradizioni linguistiche che parlano di un popolo, quello irpino, pieno di magia

Un viaggio tra il linguaggio dell’Irpinia per riscoprire la bellezza di un modo antico di esprimersi. Dove la tradizione attraversa la storia di un popolo nelle sfaccettature dei suoi dialetti Dal 1800 ad oggi

 

Il racconto in lingua : Lo sposalizio re Cianferro

 A Felice Chiaradonna, re stranginomo Cianferro, li morette la mogliere rint’a a lo mese di Natale e primo re passà li tre ghiornni re lo visito rette parola re matrimonio a na certa Carolina Mancino, re stranginomo la Cigliuta. Uso e consuetudine re lo paese è de chiange quanno si nzora o no  vioro o na verova; tante vote soccere che si scompirano li matrimoni ma no fo possibile re nge riescì pe Cianferro. Ra ventiquattro ore fino a mezzanotte girava na compagnia re gente re ogni taglia, co campane e trummi, po’ na banna piccola composta re na mina co pella chi era la cancascia, tre para re copierchi re cavrare, re piattine, roje caccavotte re stagno re tammorre, no mortale re brunzo, no tammurro co re scisciole, lo putièù, no paro re castagnale, na trak trak e na tomma re fierro p’accompagmamento; facevano no stuono sproposetato. La banna, arrivata nanti a casa re Cianferro a li Lavrini, facievano la sonata re rito po recenno cocche stroppola a Cianferro, si passava a los tritto re li Salonna, addò nge stia la ruffiana Maria re Mentuoro, re cognome Simone, facievano arraggià na bon’ora quera e si passava a la Spenella, addò stia Carolina la Cigliuta, e l’ultim’ora si passava a da Cianferro. Iero a recorre alla corte, no ne cacciarono nienti, po iettero a dicere o lo parrocchiano re San Nicola e lo parrocchiano ra cimm’a  l’avotaro ro prerecavo, manco niente ne cacciavo, e mece, mentre lo parrocchiano prerecava quero, si sentiero certi tocchi re maruca re maro; a sentì lo parrocchiano na tale coglionatura, chìù si sdignava ma no ne cacciavo nienti. Quanno fo la sera chi Cianferro s’avia portata la mogliere, li fabbrecaro lo pertone e pe n’ati binti o trenta iorni si sequitavo a chiange, infino che morette Carnovale. L’urtima romeneca re carnovale si trovavo mpizzecata na carta a lo cantone re ro Micienzo Vruno re na grossezza smisurata scritta co no toccaro re scopa come qua appriesso; essa fo scritta e composta ra chi scrive ste stroppole:

  • No Felice! Sì Cianferro
  • Si no puorco, ma no guerro!

(tratto da Li Canti Viecchi – di Modestino della Sala)

 

Il racconto in italiano : Lo sposalizio di Cianferro

 

A Felice Chiaradonna, di soprannome Cianferro, morì la moglie nel mese di Natale e, prima che terminassero i tre giorni nei quali si andava a fare visita, dette promessa di matrimonio con una tale Carolina Mancino, soprannominata la Cigliuta. E’ usanza del paese di “chiange” quando si sposa un vedovo ad una vedova; talvolta capita che si scombinano i matrimoni ma non fu possibile riuscirci per Cianferro. Da una mezzanotte all’altra girava una combriccola di gente di ogni estrazione sociale, con campane e trombe, ed una banda piccola composta da una cesta coperta di pelle che era la grancassa, tre paia di coperchi di caldaie, di piattini, due pentole di stagno, due tamburi, un mortaio di bronzo, un tamburo con sonagli,un putipù, un paio di nacchere, un trak trak e una tromba di ferro per accompagnamento; facevano un rumore spropositato. La banda, arrivata davanti la casa di Cianferro ai lavrini, faceva la sonata di rito, poi, dicendo qualche sciocchezza all’indirizzo di Cianferro, passava nello stretto di Salonna, dove stava  la combinatrice di matrimoni Maria di Monturoi, di soprannome Simone dove stava Carolina la Cigliuta ed a tarda sera passava da Cianferro.. I malcapitati si rivolsero alla giustizia  e non ottennero niente; andarono poi a ricorrere al parroco di San Nicola e il parroco dall’altare lo predicò e non ottennero niente, ed invece, mentre il parroco predicava si sentirono alcuni suoni  di lumaca di mare. Il parroco, a sentire ,una tale presa in giro, si sdegnò ancora di più, ma non ne cavò niente. Quando fu la sera che Cianferro aveva portato a casa la sua nuova moglie, gli murarono il portone e per altri venti trenta giorni si continuò a piangere, fino a che finì carnevale. L’ultima domenica di carnevale si trovò affissa una carta alle mura del palazzo di don Vincenzo Bruni di smisurata grandezza, scritta con un manico di scopa, come appresso; il testo fu scritto e composto da chi scrive queste cosette:

  • Non Felice, sei Cianferro,
  • Sei un porco, ma un verro.

 

a cura di Elizabeth Iannone